Architettura

 

Il complesso archeologico di Mesu Mundu sorge in una valle alluvionale delimitata da una serie di altopiani basaltici, poco distante dalle sponde del rio Mannu, in prossimità del Km.187 della S.S. 131 Nell’area vi sono numerose sorgenti fra queste, quella denominata S’abba Uddi[1] (detta anche Abba de Bagnos)[2] alla temperatura costante di 18°.[3] La presenza delle diverse sorgenti e delle acque termali ha favorito la frequentazione ed il popolamento della zona fin da epoche remote, come testimoniano ad esempio, oltre al nuraghe Culzu collocato sulle sponde del riu Ruzzu, i resti di un insediamento di epoca romana risalente al II-III secolo d.C., collocato in prossimità della strada di età imperiale a Turre-Karalis. Fra i resti degli edifici romani sorge un tempietto di epoca bizantina denominato Santa Maria di Bubalis e noto col nome di Nostra Segnora de Mesu Mundu.

L’impianto bizantino. Tipologia e tecniche costruttive
Non esistendo documenti di riferimento, la datazione del monumento è incerta. Tuttavia il ritrovamento di alcune tombe, aderenti alle murature dell’edificio, forniscono un terminus ante quem: questo pertanto può essere datato al VII secolo o ad un periodo precedente[4].

E’ comunque testimoniata in quell’epoca, in alcune sedi episcopali dell’isola, una vivace ripresa dell’attività edilizia in ambito rurale[5] e di riadattamento di edifici termali a luoghi di culto[6].

Particolarmente semplice nella costruzione, Santa Maria di Bubalis è assimilabile, nella struttura, alla tipologia a croce con cupola e affine, nell’aspetto, al battistero di Yalova (Turchia)[7]. In relazione all’irregolarità della iconografia della pianta a croce greca, P. G. Spanu individua – a ragione – delle analogie con Santa Filitica presso Sorso e Santa Maria di Bonacattu a Bonarcado, spiegandola con il riutilizzo delle murature degli ambienti termali preesistenti[8]. Nel nostro caso, oltre al riutilizzo delle murature, venne ripristinato il vecchio acquedotto romano[9], che convogliava le acque termali all’interno dei locali, e su questo innestata la parte che si trova all’interno dell’edificio, come testimoniato dal fatto che le canalette di epoca bizantina sono inglobate nelle fondazioni, mentre il frammento della canalizzazione romana[10] si trova ad una quota inferiore. Pertanto è chiaro che l’impianto idrico nacque come parte integrante della costruzione bizantina. L’approvvigionamento idrico all’interno dell’edificio veniva garantito, oltre che dalle canalizzazioni, da una cisterna a pozzo[11], situata nell’aula ‘D’.

Dell’impianto originario rimane un frammento architettonico costituito dal corpo centrale, una rotonda cupolata con due grandi finestre a sesto ribassato aperte sulla parte alta e due bracci diseguali entrambi absidati, orientati ad ovest (‘A’) ed a sud (‘B’). Il primo è voltato a botte, il secondo è dotato di un’ampia finestra arcuata e coperto a semicupola. All’esterno sono visibili i resti del braccio nord consistenti in un frammento di muratura accostato, senza essere ammorsato, alla parete della rotonda. Sul lato est, la situazione è totalmente compromessa ed i brandelli di muratura presenti risultano di difficile interpretazione.

Attualmente non si rilevano tracce del varco d’ingresso originario[12], quasi certamente differente da quello attuale che appare invece contrassegnato all’interno da un blocco di basalto (intervento dei benedettini nell’XI secolo) e all’esterno da una piattabanda in mattoni (intervento risalente al restauro del 1934). A tal proposito riteniamo interessante riportare una teoria di Roberto Caprara, per il quale l’ingresso sarebbe stato situato ad est, al posto dell’attuale abside, e che inoltre riscontra, nella presenza di un elemento semicircolare, la potenziale finale di un nartece di forma rettangolare absidato su ambo i lati[13]. In effetti all’esterno, subito a sud dell’abside ‘C’, si possono osservare le fondazioni di una piccola nicchia, che potrebbe realmente confermare l’esistenza del nartece. Il Maetzke, infine, parla di un ‘vecchio atrio’[14] collocato a nord, ma non fornisce ulteriori elementi per avvalorare tale ipotesi, successivamente confutata da Alessandro Teatini[15].

All’interno dell’edificio, prima dell’ultimo intervento di restauro, il piano di calpestio risultava ad una quota tale da rendere visibili parte delle fondazioni dell’aula circolare ed alcune strutture, in particolare la porzione di un muro rettilineo in opus caementicium, realizzato con blocchetti di basalto, ed i resti dell’impianto idrico di epoca bizantina. Quest’ultimo è costituito da una canaletta che, con andamento sinuoso, attraversa sia i corpi ‘A’ e ‘B’ che l’aula. Proprio in prossimità del centro di questa, la canaletta è interrotta da un pozzetto a sezione quadrangolare avente un foro profondo nel suo mezzo che probabilmente conteneva il perno di un portello girevole che permetteva di regolare il flusso delle acque.

L’edificio ricorda, per la tecnica costruttiva, la tradizione romana. I costruttori, realizzarono la cupola in conglomerato di calcestruzzo impostandola sul muro circolare, eludendo quindi il tema delle volte a cupola  impostate su vani quadrangolari. Tipico della cultura bizantina risultava invece il paramento murario in opus listatum, realizzato con piccoli blocchi di pietra locale (basalto) e mattoni in cotto, legati con uno strato sottile di calce e sabbia silicea.

Parte delle strutture, come già detto, poggia su murature esistenti, come la piccola abside finestrata ‘B’ realizzata su un tratto di muratura in opus testaceum che probabilmente costituiva un locale o una vasca della preesistente struttura di epoca romana, di cui tuttora all’esterno sono visibili i corsi in mattoni.

Studi e teorie sul monumento
Diversi studiosi, a partire dal XIX secolo, hanno discusso circa l’entità e la funzione del monumento; il primo ad avanzare ipotesi in merito fu il canonico Giovanni Spano, il quale parlò di un impianto termale romano in seguito adibito a luogo di culto[16].

Dionigi Scano, riferendo di edifici a pianta circolare o esagonale nel medioevo in Sardegna, esclude che la rotonda possa considerarsi come un organismo medioevale[17].

Negli anni Trenta, l’architetto Angelo Vicario scrive di un edificio termale, probabilmente annesso alla villa di qualche latifondista romano[18].

Nel medesimo periodo si interessò al complesso anche l’archeologo A. Taramelli, il quale notò la presenza in prossimità della chiesa di mura di età romana[19].

Qualche anno più tardi Raffaello Delogu, riprendendo l’ipotesi dello Spano, afferma che la struttura religiosa è in realtà il riadattamento di un impianto termale[20].

A seguito di una serie di campagne di scavo (1958-1965), l’archeologo Guglielmo Maetzke confutò definitivamente tale ipotesi; egli nega infatti decisamente la presenza di un legame di stretta reciprocità tra edificio di culto e impianto preesistente: «la chiesa –scrive – sorse quando esso era già in grande rovina, e fu del tutto indipendente dalle precedenti costruzioni, di cui solo alcuni elementi furono casualmente incorporati nelle nuove. […] la pianta rotonda della chiesa non ha nulla a che vedere con una trasformazione di un calidario romano, ma è un elemento nuovo che merita di essere studiato in sé stesso»[21].

Maetzke non fornisce, tuttavia, una spiegazione dell’eventuale relazione fra l’impianto di condotta delle acque e l’edificio di culto che ci viene invece fornita dal glottologo Giulio Paulis. Nello spiegare l’etimologia del nome mesumundu, Paulis scompone la parola in due parti: «in esso – egli osserva – riconosciamo un primo membro -mesu ‘di mezzo, centrale, che sta in mezzo’ [presumibilmente riferibile alla presenza al centro della chiesa di un pozzetto di forma quadrangolare, nda] e un secondo elemento -mundu [che] nient’altro è se non il ricordo, tramandato sino ai nostri giorni dalla tradizione orale, delle acque che un tempo scorrevano nel luogo sul quale fu costruita la chiesa […]. Si tratta evidentemente dell’aggettivo MUNDUS, ‘puro, netto, senza macchia’ che soprattutto in ambiente cristiano poté essere impiegato per designare sorgenti, cisterne, pozzi […]. Così la chiesa di Mesumundu fu costruita sopra i resti di un edificio romano in cui già in precedenza si era insinuata l’ideologia cristiana per via della sacralità connessa alle acque curative ivi affluenti ed allora la dedica del tempio […] alla Vergine Maria probabilmente non sarà casuale, poiché nella Sardegna bizantina […] il culto della Madre di Dio fu associato alle virtù miracolose dell’acqua santa attraverso il rito dell’agiàsma, una piscina sacra a lei dedicata nelle cui acque si immergevano i malati fiduciosi di ottenere la guarigione»[22].

In ogni caso il ritrovamento, all’interno del monumento, della condotta di epoca romana conferma inequivocabilmente l’esistenza dell’edificio termale[23], ma non è tuttavia da escludere la possibilità che questo fosse destinato al culto delle acque già in quell’epoca.[24] Per la sua forma e per la presenza dell’impianto idrico, si potrebbe ipotizzare che il tempietto ospitasse o fungesse da battistero[25], benché per la dedica alla Vergine e per la pratica del rito dell’agiàsma, che si svolgeva al suo interno, riteniamo si debba escludere tale ipotesi[26].

[1] Dal sardo ‘Acqua che bolle’.
[2] Spano G., Chiesa di Santa Maria in Bubalis, in Bullettino Archeologico Sardo, III, 1857, p. 166.
[3] “Si aprono in questo territorio molte fonti e alcune sono notevoli per la copia (…)”,Vittorio Angius, Siligo, in G. Casalis, Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, Vol. III, Edizione anastatica, Sassari, 1850, p. 1791.
[4] Maetzke g.,  “Siligo (Sassari). Resti di edificio romano e tombe di epoca tardo imperiale intorno a S. Maria di Mesomundu”, Notizie degli Scavi di Antichità, 1965, pp. 311-314.
[5] Turtas R., Storia della chiesa in Sardegna dalle origini al 2000,  Roma, 1999, p. 96
[6] Pier Giorgio Spanu riscontra diverse affinità per lo sviluppo di questo fenomeno con quanto avveniva in Africa (Spanu P.G., La Sardegna Bizantina tra VI e VII secolo, Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 12, Oristano, 1998, p. 143). Raimondo Turtas riporta alcuni esempi di riutilizzo di edifici preesistenti in Sardegna a scopi cultuali cristiani e cita S. Andrea Pischinappiu in agro di Narbolia, ed il recente ritrovamento di una ecclesia baptismalis nell’agro di Nurachi (cfr. R. Turtas, cit.).
[7] Cfr in proposito, Cyril Mango, Architettura Bizantina, Milano, 1989, p. 8, fig. 2. Vedi inoltre A. Sari, Monasteri benedettini nel giudicato di Torres, in “Almanacco gallurese”, Sassari, 1993-94, p. 132.
[8] P.G. Spanu, cit., p.132 e sgg.
[9] L’acquedotto trasportava le acque termali della citata sorgente di S’abba Uddi ubicata a sud ovest del monumento a  meno di 300 m.
[10] L’esistenza di una canaletta a sezione quadrangolare, di epoca romana è stata rilevata durante gli scavi eseguiti all’interno dell’aula nel giugno 2000, durante i lavori di restauro dell’edificio.
[11] Il pozzo potrebbe aver assunto una funzione religiosa. Cfr. nota n. 22.
[12] A tale proposito R. Krautheimer scrive: «Molto si è discusso circa l’orientamento delle chiese paleocristiane, ma finora non è stata trovata una comune base d’intesa» (Richard Krautheimer, Architettura paleocristiana e bizantina, Torino, 1986, p. 120, nota 6).
[13] Caprara R., inedito dattiloscritto, 1992-93 (archivio privato).
[14] Maetzke G., cit., p. 309.  L’archeologo non si riferisce a nessuna epoca in particolare.
[15] Alessandro Teatini rileva come l’arco in laterizi, che potrebbe far pensare ad un ingresso, ha invece esclusiva funzione di scarico (A. Teatini, Alcune osservazioni sulla primitiva forma architettonica della chiesa di Nostra Signora di Mesu Mundu a Siligo (SS), in “Sacer. Bollettino della Associazione Storica Sassarese”, anno 3, n. 3, Sassari, 1996, pp. 126, nota 21.
[16] «[…] esaminando le sue singole parti si vede chiaro che anticamente era un balneario romano, che poi dagli stessi Monaci fu consagrato in Chiesa […]» (G. Spano, cit., p. 166). Pochi anni più tardi Alberto Della Marmora accoglierà l’ipotesi del canonico Spano (A. Della Marmora, Itinerario dell’isola di Sardegna, Cagliari, 1868, p. 563).
[17] Scano D., Storia dell’arte in Sardegna dall’XI al XIV secolo, Cagliari, 1907, p. 73.
[18] Vicario A., “Influssi della romanità nell’architettura di Sardegna”, in AA.VV., Sardegna Romana, II, Roma 1939, p. 90. L’architetto curò i restauri del 1934-37.
[19] Taramelli A., Foglio 193: Bonorva, Edizione Archeologica della Carta d’Italia al 100.000, Firenze, 1940., p. 36. Teatini ha sottolineato come le osservazioni di Taramelli costituiscano «il primo tentativo di collocare in fasi distinte le strutture romane e quelle bizantine» (Teatini A., Alcune osservazioni sulla primitiva forma architettonica della chiesa di Nostra Signora di Mesu Mundu a Siligo (SS), in “Sacer. Bollettino della Associazione Storica Sassarese”, anno 3, N. 3, Sassari, 1996, p. 122).
[20] Delogu R., Architettura del Medioevo in Sardegna, Roma, 1953, p. 82, nota 2.
[21] Maetzke G., cit., p. 311.
[22] Paulis G., Grecità e romanità nella Sardegna bizantina e alto-giudicale, Cagliari, 1980. A tal proposito, Piras ricorda il ritrovamento, a Costantinopoli, presso il monastero di San Salvatore, della fontana miracolosa (ayasma, aghiasma) frequentata fino al 1821 da pellegrini. Si trattava di un edificio esagonale contornato da absidi con una piscina centrale dedicata alla Vergine conduttrice (Panaghia Odighitria). Lo stesso segnala l’esistenza in Sardegna di usanze che ricordano tali riti, per esempio a Uta, a Gonare e a Fonni dove durante la festa di S. Maria i fedeli s’immergono per devozione nelle acque di un antico pozzo. (P.G. Piras, Aspetti della Sardegna bizantina, Cagliari, 1966, p. 70). Tuttavia, come afferma Pier Giorgio Spanu: «sia durante il periodo romano sia in età tardoantica e altomedievale, siano sopravvissute nelle aree interne dell’Isola forme di culto primordiali […], che in Sardegna si esplicava soprattutto nei santuari delle acque assai diffusi sin dall’età del Bronzo, espressione dunque della civiltà nuragica. Gregorio Magno, […] esprime nelle sue lettere una grande preoccupazione per la preesistenza di sacche di paganesimo nell’Isola, che riguardavano non solo genti  ancora pagane, ma anche strati della popolazione già cristianizzati, e pur tuttavia ancora dediti a riti precristiani» P.G. Spanu, cit., pp. 156-158.
[23] A conferma di quanto riportato negli studi più recenti, Cfr. Stefania Pintore, Edifici termali di età romana in Sardegna, Tesi di Laurea, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura, Inedito, scheda n. 43 e LENZERINI Acque termali e terme antiche in Sardegna, Quaderni bolotanesi, n.27, Bolotana, 2001, pp. 356-358 Quest’ultima fornisce informazioni sull’orientazione degli edifici termali: in questo caso, l’impianto disposto sull’asse nord-sud, corrisponderebbe alla norma degli edifici termali fino al 298-306, epoca di costruzione delle terme di Diocleziano, da questa data in poi infatti questo tipo di edifici sarà di norma orientato sull’asse eliotermico (Nord Est-Sud Ovest).
[24] Vedi quanto riportato in proposito alla nota n.22. Cfr. inoltre G. Paulis op. cit., P.G. Spanu op. cit., e C. L. Lenzerini op. cit.: questi mettono l’accento sulla continuità del culto delle acque termali, dall’epoca nuragica a quella romana e successivamente a quella cristiana. Questa ipotesi diventa proponibile se si considera che questo culto aveva un profondo radicamento fra le popolazioni dell’isola, come ricorda Giovanni Lilliu: « i monumenti di maggior rilievo dell’architettura religiosa dell’età nuragica, sono i templi a pozzo , o pozzi sacri […]. Lilliu G., La Civiltà dei sardi, Dal neolitico all’età dei nuraghi. II edizione riveduta ed ampliata, Torino, 1975 p.316
[25] L. Pani Ermini la interpreta come ecclesia baptismalis (vedi Letizia Pani Ermini, cit., p. 398). Raimondo Turtas ipotizza l’esistenza di un battistero all’interno della struttura (R. Turtas, cit., p. 98).
[26] Come asserito da Alessandra Mele nella sua tesi di laurea. Mele A., “La chiesa di Santa Maria di Mesumundu in Siligo (SS)”, in L. Marino, Restauro Architettonico, Firenze, 1996, p. 212.