Racconti / Angela Sassu Falchi

LE FATE

DI“ FONTANAPINTA”

Si lasciò alle spalle l’alto e maestoso castello che disegnava nell’azzurro già cupo le sue torri dentate e s’avviò su la china del monte Sant’Antonio,verso Siligo. – La clessidra segnava le undici. Ho ancora mezz’ora di tempo, dunque – si disse – e si mise a sedere su una grossa roccia muscosa, per godere appieno la superba bellezza di quell’ora sublime. Nel cielo punteggiato di stelle si disegnava il triangolo scura di una capanna piccina, il cui vertice, che pareva un lungo dito, segnava ostinato il firmamento. Vicino all’ingresso s’era sdraiato un grosso cane, e poco lontano di lì, in un vasto recinto chiuso da un’alta siepe di rametti spinosi, dormivano, ruminando quiete, le pecore, una presso l’altra. All’improvviso una maschia voce gutturale ruppe l’alto silenzio delle cose: – Arrigà… torrarò… ahì… ahì… (1). Il pastore svegliava le pecore, perché tornassero al pascolo. La massa bianchiccia si mosse, si sfiancò, si sparpagliò, ancora sonnolenta, nel prato e curvò il muso sul fieno odoroso. L’ora passava. Sui monti lontani occhieggiava qualche vigile fiamma rossastra. Il gregge tornò all’addiaccio, al suo letto. S’udì uno sparo, il furioso abbaiare di un cane, di molti cani, e la voce ironica della volpe che scherniva la mano poco provetta del cacciatore invisibile. Il marchese Miria di Sant’Antonio  arrotò i denti è: – Se t’avessi mirato io, ti giuro sull’anima che domani non mostreresti al sole la punta della tua coda volpe canuta ! – gridò mostrando minacciosi i pugni. Ma dall’alto di un albero scuro, la civetta gli rispose lugubre e beffarda : – Cucu miau, cucu miau! Il giovane sollevò il capo. – Che cosa vuoi da me, maledetta bestia del malaugurio? Va’ lontana, va’! E che tu possa tornare nei miei domini quando torna sui tizzi già spenti  la falèna che porta via il vento! Si chinò ghermì una pietra e la lanciò sull’albero. L’uccello volò di ramo in ramo, ripetendo angoscioso il suo lugubre verso. Giù, nella valle, le lucciolette avevano acceso un firmamento nuovo: le piccole stelle terrestri  si muovevano senza posa, sempre più tremule. Il Marchese riprese la via della discesa , verso Siligo. Entrò nel paese. Quando giunse nella grande piazza di don Peppe Ladu, penetrò sotto il sedile della casa di Efisia Tedde, per nascondersi nell’ombra. Là, accoccolato, con le gambe rattrappite ed il corpo piegato , rievocò quel che Mariarosa, la vecchia nutrice, gli aveva raccontato: – Sono tre fanciulle belle, tre fate. Vivono da lunghi anni nel cuore di Funtanapinta innocenti e pure, tristi e sole  e non potranno godere mai le gioie del mondo e dell’amore, se la mano generosa di un uomo non potrà toccare la loro la bottoniera preziosa dei loro coriti ricamati… – Io vi salverò, povere creature faturate, o non sono più un cavaliere ! S’udì un armonioso suono di campani, e, subito dopo, una musica che pareva cantasse una soave cantilena lunga ed appassionata. Il marchese  spinse  il capo fuori del suo nascondiglio. Sotto la luna, al suono dei loro bottoni d’oro, le fate di Funtanapinta ballavano la fàrandola. La musica della deliziosa tarantella  che fece battere i cuori dei Sardi sotto i giustacuori di velluto colorato o d’orbace nero, rendeva cupe e tristi le belle oscure abitatrici della fontana di Siligo. Avevano formato un circolo e danzavano,  senza sorrisi né slanci, come spiriti tornati nel mondo per compiere con rassegnata fede un rito sacro. Il giovane marchese, i gomiti, le ginocchia puntate al suolo e la faccia sulle mani, guardava e tremava. Ma il cuore, il grande cuore generoso gli cantava e rintoccava nel petto. Il canto del gallo riempì l’aria  come un monito gioioso, e quasi contemporaneamente una triste voce venne da estreme lontananze: – Chiriga, chiriga, giradi e boltadi, boltadi e giradi! Mi chi ti toccada sa buttonera! (2) Le fanciulle si guardarono attorno e continuarono a ballare, serie e composte. – Nigolina, Nigolina, giradi e boltadi  boltadi e giradi! Mi chi ti toccana sa buttonera ! (3). Isa, Isabella, giradi e boltadi …Questa volta la voce sapeva di pianto… Le tre fate allora fuggirono sospirando e il tintinnio dei loro bottoni d’oro morì nella notte. Miria le seguì attraverso una stradina solitaria e fresca, ombrata e chiusa fra due alte siepi di rovo, di alloro e di prunalba e giunse alla porta di Funtanapinta. Era aperta! Dentro, sulla sponda del laghetto che rifletteva come uno specchio mille stellette solitarie, frementi grappoletti di stelle luminose, la faccia serena della luna nel plenilunio, una fata tesseva, una filava, un’altra stacciava la farina e toglieva a quando a quando qualche panetto dorato da un forno incavato nella roccia ed arrossato dalla fiamma. E si sentiva nuotare attorno e venire ad ondate il profumo della pasta appena cotta ed il ritmo allegro del setaccio sulla setacciaiola, e il prillio del fuso e il tacchettio del pettine sulla cassa del telaio e poi, a poco a poco, le fate di Funtanapinta cantare con gli arnesi dei loro mestieri. La fornaia cantava la bontà e il profumo del suo pane, la dolcezza musicale del suo setaccio, e la filatrice la lucentezza del suo filo sottile… Solo la tessitrice piangeva e tesseva silenziosa. Il marchese Miria di Sant’Antonio la guardò amoroso e, mentre una pena grande gli impediva di parlare, sentì che dal profondo dell’essere  suo una voce s’innalzava per lei, alta e segreta: -E tu, colombetta bianca, perché non canti? Inutilmente, dunque,la primavera della vita è in te, nelle tue vene? Cantano le foglie sugli alberi e i fiori e l’erba, col vento, nei campi, e gli insetti più piccoli. E chi non ha la goletta canora, canta con le ali iridescenti, fatte di micca  sottile, davanti al sole e di fronte alla luna. Fuori le bestiole di Dio fanno la serenata alla notte, e tu,qua dentro, piangi! E non c’è sulla terra un vento lieve che ti porti via a folate la tristezza che t’occupa lo sguardo! O Isabella!… Lascia ch’io ti porti via con me, per sempre! Tu verrai nell’avito castello di Sant’Antonio e, nelle camere troppo vuote, in cui risuonano cupi e tristi  i miei passi, tornerà la vita d’un tempo, la gioia d’un tempo…; e nel granito scuro delle mie mura passerà un’onda d’amore, l’alito dei poveri morti, il respiro del nostro Dio, benedicente…;  e le pietre non malediranno l’ora in cui furono tolte dalla madre terra, e non imprecheranno contro il vento invernale che le schiaffeggia furioso e le martoria… Diranno quelle mura: – Noi siamo qui, vigili sentinelle, felici di soffrire per far felici due cuori! Isabella,Isabella! I rami di capelvenere che ti penzolano sul capo sono troppo esili, le luci che sullo specchio di questo lago cadono dall’alto, sono troppo tenui. Vieni con me. Fuori il sole brillerà sul tuo capino t’inonderà tutta… all’ombra dei secolari alberi del bosco vedrai correre spaventati i cervi e i caprioli leggeri, i mufloni terribilmente belli, i cinghiali forti…; e, guardano dall’alto le bellezze di questa terra sarda, ti parrà di essere novella Eva in nuovo delizioso paradiso terrestre, e ti parrà di essere in sogno, in un triste sogno spaventoso, vissuta lunghi anni dentro una grotta umida e scura senza vita e senza amore…Isabella, intanto tesseva e piangeva. Sul tessuto che la fanciulla aveva davanti nascevano con la corazza, l’elmo, lo scudo. Parevano emergere sulla tela e di battersi e lottare con accanimento… Quante ore trascorsero così?  Passo e ripassò mille volte la spola sull’ordito e mille volte bacchettò il pettine sulla cassa del telaio, e mille volte si contorse il fuso fra le mani della fata filatora…E nelle lontananze, al bruno azzurro notturno, successe un biancore rosato. Veniva l’alba. Quando i primi raggi tinsero di luci iridate le pareti della grotta di Funtanapinta, le fate nascosero nella sabbia gli arnesi dei loro mestieri e si svestirono. Si tolsero il busto, il corito, la gonna e scomparvero, tristi e silenziose nelle profonde oscurità della montagna. Allora il marchese sbucò dal suo nascondiglio e prese il corito d’Isabella, suonò con i bottoni d’oro una delle più belle danze che abbia mai deliziato orecchio di gioventù sarda. Isabella, come attratta da una potente forza magnetica, uscì. Egli la prese allora fra le braccia a la portò fuori, ebro di felicità. – Isabella ! – le sussurrò, quando fu sotto la luna, – Isabella ! Alfin ti porto qui, sulle mie braccia, dolce peso! Ed io vorrei portarti così, accanto al cuore, per vie interminabili e fiorite, ove possono regnare amore e vita, ove dolore e pianto è nome vano! Vengano ora i reggimenti degli uomini o le malearti delle streghe, vengono! Io scaglierò contro loro la maledizione di Dio, le armi dei miei avi, il sangue dei miei vassalli, il mio forte petto ! Isabella ! Isabella ! Che bel nome hai !  Nella forte lingua  dei sardi, Isa vuol dire sogno: e tu mio sogno sei, dolce eterno sogno ! Come è bello vivere nella divina realtà presente e credere di sognare ! E se qualcuno mi dicesse : – Tu vivrai solo dopo morto quella sublime vita, io vorrei morire. E ripeterei così,  anche nell’altro mondo il tuo nome divino…E lo direi delirante, Isabella, il tuo nome, quante volte tremolano e lucono le stelle nelle notti serene e quante volte si cercano e si baciano le foglie degli alberi, spinte dal vento…- Sulle ciglia della fanciulla brillava una lacrima, come stilla di rugiada. Miria si chinò e la bevve, avidamente. E dalla terra salì allora luna scialba, verso il tramonto, una dolce serenata di baci. Le bufere han distrutto ora il turrito castello del marchese Miria sul monte Santo Antonio, ed il tempo ha inghiottito le belle fate di Funtanapinta, ma la pietà popolare mette ancora sulle labbra dei Silighesi la loro storia…  E molti la credono vera…

 

 

Da.  MATER . Novelle di Ambiente Sardo.
Di.  Angela Sassu Falchi. Settembre 1937

 

Note
(1)            Voci d’incitamento
(2)            Quirica, Quirica, girati e voltati, voltati e girati, bada che ti stoccano la bottoniera.
(3)            Nicolina ,Nicolina, voltati e girati, ecc.