Racconti / Maria Carta

Gonario Ruju

Noi da bambini in paese eravamo i padroni.

Vivevamo una libertà favolosa,
con diritto di asilo dappertutto,
si poteva entrare nella casa dei Succu,
giocare nel cortile dei Ruju, gli occhi delle donne
ci guardavano, e ogni madre sapeva che il figlio era protetto.

Mai nessuno ci faceva le voci perché a  noi era dato il “comando”:
di chiedere acqua, fuoco, caffè, chiedevamo senza vergogna e tutti,
ci davano pane, tizzoni, e fasci di sterpi per accendere il fuoco.

Il nostro povero mondo viveva la poesia del bambino,
che correva le strade messaggero del bisogno, e quando,
varcava la soglia ogni gesto brutale spariva:
nessuno di noi doveva sapere di furti e menzogne né che esiste
l’odio e la morte.

Ricordo un giorno d’agosto: il sole bruciava il paese,
noi fuggivamo inseguiti per le strade dal bianco fantasma
de “sa Mamma e’ su Sole” e le donne ci aprivano le porte,
per riceverci all’ombra.

Mi trovai nel cortile dei Ruju, e vidi per la prima volta
il vecchio Gonario Ruju, seduto in alto sul ballatoio:
impassibile, la camicia sbottonata, sul collo mostrava
la maglia di lanaccia , la barba ispida e nera,
era un gran vecchio, mi vide anche lui e mi gridò;

Vieni qua! Io salìì di corsa ,lo vedevo sempre più grande,
era un vecchio selvaggio,il viso modellato a colpi di sgorbia,
quando lo raggiunsi sotto la tenda fatta coi sacchi di juta
urlò contro “sa Mamma è su Sole” che batteva alla porta.

Il battere d’incanto cessò. Mi accarezzò il viso,  m’indicò,
un giaciglio:Dormi. Caddi in un sonno profondo e sognai
la tenda che sbatteva , le sue mani , poggiate
sui calzoni rattoppati erano mani stanche,
stanche d’una vita fatta  di miseria; aveva lottato con quelle
mani i giorni di fame, mani già piene di freddo in  un
groviglio di vene, mani che avevano scaldato i figli.

E lui ricordava in quel silenzio tutti
i gesti d’una grigia disperazione.

Maria Carta